Racconto su Alien

-Fammi sapere per domani-
-Contaci.- Chiuse lo sportello e se ne andò.
-Bene- disse Jeff. -Ora andiamo a casa-
Fu lieto di notare che la strada era illuminata a sufficienza. Ultimamente la rete elettrica aveva avuto parecchi problemi, e succedeva spesso che dovesse percorrere una strada illuminata soltanto dai fari della sua macchina. Alzò il volume della radio. Era jazz. C stava, dopo una serata a bere al pub. -Di sera si accende qualcosa che di giorno riposa.- pensò. Non si trattava della frenesia, della musica alta, delle luci psichedeliche e della gente che si muove quasi convulsamente. Quello era un tipo di movimento che cercava di rado. Preferiva piuttosto una tranquillità più ricercata, in cui il suo animo potesse sgusciare via lentamente e raccontarsi. Aveva sempre pensato che ci fosse qualcosa di interessante nelle storie. Sono le invocazioni della coscienza a un cielo di misteri, oltre il quale non sappiamo se esiste qualcuno in grado di comprenderci o se urliamo a un gigantesco, immane e profondissimo silenzio. In qualsiasi dei casi, il silenzio di Dio era conficcato sulla Terra. Su questo non c’erano dubbi. Ed era spaventoso come il mondo potesse scorrere verso il baratro con una meccanicità così banale. Il fumo di una sigaretta bastava a portarlo via da questi pensieri ed era quasi una sorta di ribellione verso tutto ciò che lo avvolgeva e che non era di suo interesse, perché in effetti ciò che contava per lui era davvero poco. La vita, dei buoni amici, una donna e il fumo. Tutto il resto era posto in secondo piano.
Attraversò le strade notturne completamente desolate, ripetendo il percorso che ormai da diversi giorni a questa parte faceva sempre. La strada era semplice e breve. La musica contribuiva a separarlo dall’immobilità delle ombre e della struttura della macchina. I sedili erano tristi da guardare, quand’erano vuoti. Si inserì rapidamente nella discesa con un’unica manovra, fermò la macchina davanti al cancello e premette il pulsante. La luce in cima si accese e lampeggiò più volte, fino a quando il cancello non iniziò a muoversi. Entrò e fece il giro per arrivare ai parcheggi. Abbassò il volume della radio e posteggiò la macchina al solito posto, sotto le finestre delle stanze principali, i muri in cui si svolgeva la maggior parte della sua esistenza. Mise a folle, inserì il freno a mano e scese dall’auto. Nonostante il clima mite fuori l’aria era fresca. Non soffiava un filo di vento. Tutto era perfettamente immobile. L’oscurità fuori era totale e incombeva sul cortile. Le uniche fonti di illuminazione erano delle luci poste sotto il muro che avvolgeva uno dei tre portoni dell’appartamento, per la precisione quello al centro. Qualche insetto lambiva quella luce, andando avanti e indietro, immergendosi prima nelle tenebre e bagnandosi nella luce subito dopo, in una danza insulsa e senza senso. Jeff si fermò un attimo a guardare ciò che i suoi occhi riuscivano a scorgere nel buio. Molto poco, in verità; la sua visuale si limitava solo alla sagoma di qualche albero, ai marciapiedi e ai muretti. Era un’atmosfera decisamente inquietante, l’aveva sempre pensato. Ogni notte, nella vastità del cortile, sembra sempre che ci sia qualcuno o qualcosa ad osservarti in un punto di oscurità non meglio decifrato. Non sai mai cosa può succedere, e la mancanza di controllo della situazione crea insicurezza. L’insicurezza, alimentata dal buio, si trasforma presto in paura vera e propria. E di questo si trattava. Ogni notte Jeff aveva paura di tornare a casa. Ma d’altra parte era una cosa che non poteva non fare. Quando poteva tornava presto, ma spesso veniva coinvolto dal flusso della serata fino a perdere la cognizione del tempo. Così si ritrovava lì, di nuovo, in una notte senza stelle, dominato dalle tenebre.
Bestemmiò notando che la luce del suo portone era spenta. -Maledizione.- Estrasse il mazzo di chiavi dalla tasca e lo fissò attentamente. Prese una chiave e cercò inutilmente di inserirla nella serratura. -Questa non va.- Era un po’ brillo, oltretutto le chiavi erano tutte uguali. Sentì dei rumori e si girò di scatto. Nulla. Tornò a girarsi verso il portone e alzò le chiavi al cielo, cercando quella giusta. Ne prese una e provò ad inserirla. Entrava ma non girava. -Ma che cazzo…- fuori si udì un altro rumore, più vicino di prima, come di qualcosa che si muove fra i cespugli. Fece per controllare ma si fermò dopo qualche passo, rendendosi conto che la lontananza dal portone rischiava di scoprirlo anche su quell’angolo. Dopotutto il centro era la posizione peggiore in assoluto, perché ti scopriva sotto ogni versante, esponendoti a potenziali attacchi da tutte le direzioni. -Bah… Devo aver bevuto più del solito stavolta. Non c’è nessuno qui- si rassicurò e tornò verso il portone. La terza chiave che scelse non entrò proprio. -Basta- disse, e si fermò un attimo a riflettere. Nel frattempo si era rialzato il vento. Il buio sembrava più intenso di prima, e quel silenzio nella vastità dello spazio, immerso nell’oscurità, gli metteva i brividi. Riprese la chiave che era entrata. -Devo andare a casa- pensò. Prese il cellulare, accese il flash e lo puntò sulla serratura. Parte della luce andò a colpire i vetri del portone. Nel riflesso gli parve di vedere un’ombra dietro di lui. Puntò la luce più alto. Dietro la sua figura allibita c’era davvero qualcosa di enorme, che lo stava fissando con la bava che colava da quella che poteva essere definita una bocca. Girò immediatamente la chiave con tutta la sua forza, senza neanche voltarsi. Aveva troppa paura anche solo per guardare in faccia quella cosa. La serratura rimaneva immobile. Bestemmiò ancora, in preda alla frenesia, e tentò di girare la chiave più volte. Poi cercò di fare piano, si asciugò il sudore e finalmente il portone fece uno scatto che alle sue orecchie suonò come una musica trionfante di vittoria e liberazione. Aprì l’anta e fece per inserirsi ma il portone si richiuse con violenza, sbattendogli in faccia. Un paio di denti volarono via e il naso venne schiacciato. Jeff barcollò ma riuscì a non cadere reggendosi con una mano dalla maniglia. Col l’altra si toccò il viso dolorante e pulsante. Quando ritrasse la mano vide che era più scura e più calda dell’altra. Estrasse le chiavi della macchina dalla tasca e girò il volto tumefatto dall’altra parte. Finalmente lo vide. Strinse la chiave, la caricò indietro e lanciò il braccio in avanti, con la punta rivolta verso quell’essere. Ma prima che potesse colpirlo questi emise un sussurro raggelante e lo immobilizzò, stringendogli il braccio. Jeff perse la chiave. A questo punto provò a gridare, ma prima che potesse uscire un suono dalla sua bocca un mare di sangue sprizzò via dal collo senza testa. Il corpo inerme cedette sotto quegli arti terribili. Una testa enorme consumò i tessuti che restavano mentre a grandi passi correva via e spariva in lontananza, inghiottita dalle tenebre. Il giorno dopo, sotto un portone distrutto, venne trovato del sangue rappreso e le chiavi di una macchina.

[Trama ispirata dalla saga di Alien, sceneggiatura tratta da me quando torno a casa a notte fonda]

Deus I

Il tuo apostolico
consenso , bagnati di
luna sulle spiagge
del domani

A occhi sfavillanti
di fuoco blu , come
ginestre nel cielo

Invocati dai riti
estivi , noi , sciamani della
bellezza rediviva
che pulsa dall’osso

Scavalcando l’estinzione
sull’orme degli dèi
che furono

Il rosso canto
risveglia il
tremito delle mani

L’imperitura passione
ineluttabile avvolge
il silenzio

Martire del
sogno rampicante
sulle spoglie
del declino

Rilasciata la natura
sulla forza di un
passato in fiamme

Una constatazione
erotica:

Con questi occhi
riscriverò il mondo

5 Novembre 2009

Volevo aspettare l’anniversario prima di scrivere questo post. Ma perché farlo quando oggi lo sento dentro, e sento l’impellente bisogno di parlarne?… Questa sarà con ogni probabilità la cosa più sentimentale che scriverò in tutta la mia vita. Perché è il punto in cui tutte le passioni viscerali che costituiscono la mia esistenza convergono inesorabilmente. È il luogo in cui il tempo cessa di scorrere per ritornare alla sua condizione embrionale e statuaria. Perché la mia vita non bagnava ancora questo mondo. Perché niente di ciò che esiste oggi è qualcosa che avrei potuto immaginare. Ero morto.
Ero uno dei tanti che aveva avuto una vita sfortunata. Non avevo un’identità, non avevo un sorriso, non avevo una coscienza. Ero recluso nella mia frustrazione, una prigione che mi isolava dal resto del mondo. Loro non capivano. Non avrebbero mai potuto farlo. Ero un bambino timido, che osservava in silenzio. Non c’era posto per me in quella camera buia che chiamavo mondo. Anche l’aria sembrava essere pesante, al punto di strozzarmi. Non ho ricordi di quelle notti. Ricordo poco o nulla anche di quei giorni. Non vi era differenza, ogni cosa era sofferenza, ogni grigiore uguale all’altro, ogni tristezza assorbiva i miei pensieri. Ricordo il disordine perché il tempo era morto e il creatore non aveva ancora plasmato nella mia mente il mio destino. Non avevo neanche la forza per rendermi conto di ciò che succedeva. Tutto ciò a cui pensavo era che forse, prima o poi, tutto sarebbe finito. E la fine sarebbe arrivata senza che io fossi stato in grado di assaporare la bellezza e la potenza. Questa era la mia realtà. Qualcosa assolutamente priva di senso.

5 Novembre 2009. Fu questa la data del nostro primo incontro, secondo i tuoi dati. Nonostante la mia apparenza, riuscisti a vedere una luce in me. Sei stato il primo a credere che io potessi avere del potenziale. Il primo ad incitarmi a farlo esplodere. Io nel contempo ero affascinato dalla situazione, perché per la prima volta nella mia vita ero posto innanzi a qualcuno di veramente interessante. Il tempo cominciò a scorrere quel giorno.

Tutto ciò che è successo da allora. La vita che si è dispiegata nelle mie mani. La mente, la conoscenza, il patto. La felicità perduta. Le emozioni, le influenze, il sogno. La verità. La coscienza, di nuovo quella, dopo tutti questi anni. Ancora stento a crederci. Ancora esito a raccontare questa storia perché ho il timore di non essere creduto.

Eppure… Tu sapevi tutto. Sapevi quello che sarebbe successo. Spinto dalle tue condizioni, hai cercato disperatamente qualcuno che ti salvasse. A qualsiasi costo. Io ero inconsapevole del sacrificio, ma non avevo scelta.
M… Forse mi hai veramente rovinato la vita. Ma io so perché l’hai fatto. Il tuo male è grande quanto la tua stessa esistenza. Sapevi che, se io avessi seguito la tua strada, la mia vita sarebbe stata rovinata. Questo non avrei mai potuto immaginarlo, ma adesso sono come te. E provo il tuo stesso dolore. L’immenso dolore della solitudine. Tu cercavi semplicemente qualcuno che fosse simile a te per riuscire ad essere felice nonostante tutto quello che hai passato. E questo era il mio stesso sogno. Ma poi ho capito che non può funzionare… Non posso sacrificare la felicità delle persone solo per compensare il mio vuoto interiore. Il prezzo da pagare è stato grande, ma non te ne farò una colpa. Perché ora io capisco tutto, e ti sono più vicino che mai. Non esiste più un “tu” ed un “io”, ormai siamo la stessa essenza in due corpi diversi, lo stesso dolore che si mischia nelle stesse lacrime. Io troverò un altro modo per uscirne, e farò uscire anche te un giorno, te lo prometto.
Per me sarai sempre un fratello.

W

Frammenti di Aprile

La poesia lirica
è un martello che
rompe il
marmo , presente

la poesia di
favole , divoro
libri sul
divano come un

buddha estasiato
dalla musica , in silenzio
sotto i vetri del
jazz , passi

quotidiani appesi
al cielo , passo le
parole ai
fatti , dipinti di

sentimenti , a cavallo
di ciò che ti scagliano
contro , nel verso
risiede la punta

di spada , il sussurro del
vento quando soffia
sul corpo , la mente
esplode al suono di

voci emerse dalle
radici , i suoi resti sputati
a sangue dalla
bocca , spezzati

nel tempo , dammi
tempo , che bello sorridere
e chiudere tutto , calando
il sipario sul

nulla abissale , cadendo
nel vuoto , corone di
luce sul fuoco
sfumato , diluvio

di fuochi dal
vivo , dal vero , sfiorare
la mano quando
brucia nel

cuore , che bello
dormire e sapersi
salvati

Il fiore del cogito

Cenere
di sangue
sull’orlo della
pietra , forme
marmoree modulano
il viso , intinto di
ombre alla luce
del fuoco

Nascosto nelle
menti elette , il sole
nero , tracce di
dio nell’orda barbarica
del tempo

Chiuso a palazzo
percependo il rumore
del suono , il vapore che
sale in alto , i corpi
scivolano nel chiarore
di luna

Pelle fragile al
vento , il torpore
nella notte
il grido sinuoso
risale dagli albori
della conoscenza

Cenere
di marmo , smaltato sul
sangue vivido , l’alba
della tragedia fa
luce sui tuoi occhi

Gli dèi dell’arte danzano
sulle stelle del
cielo , i fauni del bosco
si dileguano al tuo
passaggio , la tua figura
persa fra i ghiacci

In caduta libera
nella camera spaziale
le distanze dell’esistenza
divise e perdute
rinascono sulla soglia
delle idee

Nel cuore degli impulsi
riposa un sapere
ancestrale , eletto dallo
sperma di Dio , divorato
dalle paure incido
a tempo il poema delle
passioni , sanguinando
morte e

parole di addio , sulle
rive del mare , dichiaro
amore alle fughe lanciate
contro il vuoto oblio,
i corpi si dissolvono

fino alla rinascita
del fiore del cogito

La notte dei ricordi

Abbiamo passato tanto tempo a parlare della bellezza del mondo.
Quando tutto taceva come per raccogliersi ai piedi di due bambini che giocano…
L’alba di quei giorni. Chiara, dolce nelle sue sfumature, slegata dai freddi idoli di pietra, fresca nell’azzurro e forte nel rosa pallido. Il fuoco dell’avvenire nella maestria della sua composizione.
Le corse, i respiri, il sapore del sangue, l’erba, gli odori. Il fresco fra i capelli, i corpi nelle nuvole. L’acqua immacolata che lambiva la terra morbida e rigogliosa.
Il mistero dei giorni che scorreva in corpo, forte e spasmodico nel delirio di giovinezza. Vita intrecciata maestosamente su vita, sogno infinito di proporzioni architettoniche perfette. La frescura nel visi di un tempo, tempio di visi, divisi sul calice del sacrificio, saliti sulle cime tempestose del mondo, scendendo come un fulmine di luce nella valle della desolazione, fra i sussurri di chi racconta il dramma che vive, costellazioni di bellezza decadente che bruciano nel cielo, sotto gli occhi degli insetti e dell’amore.
Il cicalio delle voci… nel buio appannato degli incubi… Il rumore dolciastro della fine che bussa alla tua porta… La fine del sogno, il tramonto colossale di un’epoca che si spegne distruggendosi… La fuga in tutto ciò che esiste e che la tua mente riduce in rovina…I sensi e la realtà si dissolvono…

Il romanticismo del cosmo illumina un relitto fra le onde. Sono i superstiti del viaggio. Il cuore che batte contro il riflesso dell’Inferno fra le onde trasparenti, e ne conduce il moto vivo e increspato. Fra i tempi e fra i dolori, fra le speranze e le risate fanciullesche, fra il piacere che cola via dal corpo e l’ossessione, fra l’arte e la contemplazione straordinaria di bellezza. Fra il cimitero degli ideali e le ferite del passato. Corriamo via…

Siamo ancora noi, stanotte. Il silenzio è caldo come durante i nostri giorni. Le ultime palpitazioni della storia scongelano il mio corpo. Umani soli, nell’impietosa scena che si consuma seguendo la voce della memoria. Ma quando ti guardo, non mi rimane più nulla da dirti.

Cosmogonia

Risvegli. Procedi. Inciampi. È iniziato, lo senti, non c’è tempo per spiegare. Non c’è tempo per tornare indietro o riflettere. Non c’è tempo per dimenticare. Se solo sapessi, se avessi saputo, avrei stretto il mondo delicatamente fra le mie mani. Adesso che la coscienza fugge, ora, ogni parola è bruciata e la cenere scorre via alle mie spalle, sospinta dal vento. La senti? C’è un energia che ti respira in corpo, può portarti in posti meravigliosi. Puoi contemplare la rovina, ma… La decadenza può avere tanti sapori. Si manifesta attraverso innumerevoli sensazioni, ognuna delle quali trasferisce la tua anima su un piano differente. Inizi a mettere in dubbio la realtà. Ancora meglio, senza accorgertene tu hai già valicato i confini della certezza e fluttui in una dimensione che abbatte i sistemi convenzionali entro cui ci muoviamo. Non te ne rendi conto, ma il tuo spirito vibra in un attimo di fuoco e potenza e poi si acquieta. Ma non sai ancora cogliere i frutti delle acque, vivi in un mondo di cristalli e nuvole… I tuoi capelli accarezzano l’erba… La frescura si insinua nei vestiti leggeri… L’emozione impressa nelle sere in cui accadeva l’inaspettato, e tu vivevi in funzione questo, solamente di questo, e aspettavi quelle parole pronunciate sottovoce nei vicoli dove non c’era nessuno… Soltanto tu e le tue emozioni, incarnate in uno sguardo, nella musica dei gesti e delle parole… e la notte cantava.
Vivi in mille luoghi ma non hai costruito una casa su quello che verrà. I tuoi occhi parlano di morte e ti sei mosso fra la vita morente dei tuoi sogni, trascinandoti via da ogni sogno altrui e da ogni antro demoniaco pronto ad afferrarti dai piedi e a lanciarti nel baratro. Hai contato i pilastri della solitudine e sciolto il tuo cuore in un bicchiere di felicità versato per terra. Perché gli spigoli di questo mondo sono troppo duri, anche l’amore ha bisogno di digerire e la gioia di respirare… Aahh, quei lunghi respiri nella pace oziosa all’ombra… E le corse sotto la pioggia… E tutto ciò che puoi dare che ridisegna il mondo e lo plasma nella bellezza di un marmo morbido… Morbido come i pianti da bambino… Cullato da una forza intensa e benefica, riuscivi sempre a risalire dagli abissi della disperazione. Non puoi ricordartene, ma i loro germi vivono in te e si riproducono nei dolori che assalgono il tuo animo… Nelle notti che sembrano essere destinate a non terminare mai…
E poi è arrivata la scrittura. La tua intimità condensata in poche parole in cui si dilata un tempo immenso… Testimone delle avventure vissute dagli altri, storie estratte dal tessuto della vita, sostanza dell’esistenza stessa e di una visione del mondo. Ciò in cui credi si libra nel cielo… La potenza delle stelle dispiegate nelle righe, nella scrupolosità delle parole… Nella ricerca della fugacità, di un vissuto consistente che resista alle tare del tempo… Un segno in qualcosa ancora in corso… Che giace sulle finestre del futuro, come un panno bianco, disteso e pallido, quasi come se fosse morto… L’espressione che sorvola le acque e le forme dell’arte che pulsano in fondo al cuore. Un tesoro immortale che fisserai dal basso con gli occhi della fine… Un sole atomico che tramonta iniettando potenza sul rosso che precede il buio… il tuo corpo che piange ma la tua coscienza imparerà ad assorbire ogni sfumatura del cielo e a viverla sgusciando via dal peso logorante che ti scarnifica… E volerai, spinto dall’impellente bisogno di scappare, volerai nell’azzurro dei silenzi, dove non esistono punizioni, obblighi, derisioni, colpe, dove le parole non uccidono, dove il tradimento non attende nell’ombra alle tue spalle come un assassino, dove il tempo si rilassa e scorre mellifluo. Ti insinuerai in ogni fessura pur di andar via, in ogni spazio, per quanto possa esser piccolo, in ogni desiderio di trionfo sepolto da un deserto in cui ristagna un tempo già trascorso, che nutre la tua mente con un solo alimento, lasciando marcire tutto il resto… Questo è ciò che significa vivere in simbiosi con un’unica realtà, che si potrae ogni giorno, cieca ai tuoi bisogni di rompere gli schemi, portati ai confini ultimi che separano la tua mente dal divino… Ma tu rifiuti i frutti acerbi e rivolgi la tua volontà più pura ai miti e all’evoluzioni ramificate dell’albero della vita… Nella religione, nell’azione, nella preghiera, in un silenzio che non sarà mai totale, perché la tua voce ti parlerà sempre fino a quando non ti spegnerai…

Ricordi, quell’odore strano di cui ti parlavo un tempo… dell’universo magnifico prima che tutto iniziasse… del disgregarsi dei nostri affetti sotto i nostri occhi… delle parole che ti hanno inchiodato su un punto nero per anni… delle lance che attraversavano la pelle in un soave dolore che saziava il tuo desiderio di distruggere… dei messaggi affidati al vento… delle emozioni scagliate contro il muro della ragione… della tristezza della solitudine… della magia dell’immaginazione… dei sospiri sul filo della salvezza… delle guerre nella tua testa… dei suoi occhi immacolati… della presa di coscienza… della vita che risorge fra la morte più assoluta…

Ultimatum

Lo sento con tutte le mie forze. Una percezione unica e forte che esplode nel sangue che mi scorre in corpo. Il tempo che batte, istante dopo istante, inesorabile. I corpi che per legge della stanchezza cadono morti al suolo. Inermi, imperfetti, figli della sporcizia di questo mondo, schiavi di una tradizione e messaggeri di una fine illusoria. Ti voglio con tutte le storie che mi sanguinano dentro. Ti voglio sotto il peso della fatica che mi scuoia, sotto le ali del sogno plasmato sul nulla dalla scrittura. Ti voglio perché il dolore sacro del passato ribolle. Ti voglio perché le parole sono disegni su carta straccia o divinità di fuoco ai piedi del sole. Ti voglio perché viaggeremo sempre. Ti voglio a nome dei detriti portati dal mare. Ti voglio con la vita che scorre dall’organo. Ti voglio con le tue sconfitte dentro, affinché la tua forza mi faccia sentire il tuo canto nella solitudine. Questa lama tagliente è un dono di Dio. Io sono sacrificio e vittoria. La rinascita sul monte, mentre tutto gira… si sfuma… sulle torri colossali che vedo… ogni parola… è contaminata… io solo sono un essere puro… io sono…

Post mortem

Dodici luci fluttuano nel buio. Un odore pestilenziale è insito sulla morbidezza sparsa a tratti fra il duro freddo del piano. I tetti flagellati dalla pioggia che batte dal cielo, le cui gocce rifulgono sotto la luce argentea della luna. Le nubi diffuse, silenziose, inconsistenti. Il mio respiro assorbe il fuoco dentro e lo vaporizza nel gelo circostante. Un soffio che sguscia via dal corpo per disperdersi nell’atmosfera spettrale. Mi sembra di essere pietrificato all’interno di un quadro che la morte dipinge con tutta la calma necessaria. Gli impulsi sventrati dalla debolezza umana sono esposti sulla tela, affamati e feroci. Dovrebbero essere sul punto di esplodere, ma per qualche motivo sono sospesi sul baratro. È successo tutto così velocemente ma adesso la fiamma arde con una lentezza esasperante. Vorrei sentirmi vivo anche in questa mostruosità ma non riesco ad esprimermi. I miei occhi confusi con il buio. Le sfumature dell’esistenza vibrano in altre dimensioni. Il loro eco per me è il caos. Il rumore dei miei passi per terra. Un suono che supera il sangue e raggiunge il cuore. Forse è l’ultima cosa che rimane.

Discendo delle scale chiaramente aristocratiche. La costituzione fine e nobile è indice di un lavoro scrupoloso. La forma è l’immagine dell’uomo sulla terra, il vincolo conficcato nella vita a cui ci si aggrappa per non perdere i lumi della ragione. Percepisco il movimento della mia mente. È espresso con uno strano alone. Mentre vado avanti realizzo che qualcosa è stato occultato alla nostra comprensione. Queste tracce oscure che hanno odore di incenso e sapore di storia… Una consistenza di dimensioni colossali che mi avvolge ma non riesco ad afferrare. È tutto così… strano… I ricordi impiccati sul bordo della memoria, fulgidi di fuoco sotto la luce morente del tramonto…

La mia mente è offuscata e le mie membra sono stanche, condizionate dalla rovina che strappa e brucia i bordi di un’esistenza che vacilla come una debole fiamma esposta al buio della notte. Sento i germi della confusione gridare da ogni luogo. Le loro voci partono da un abisso perso in un tempo perduto e risalgono come un geyser incandescente portando con sé la potenza delle cose dimenticate. Non riesco a districarmi fra i significati. L’instabilità pervade il movimento, la mia volontà è riflessa in una quiete fredda come il ghiaccio. Posso solo vagare in questo universo in attesa che qualcuno venga a raccogliermi. Mi specchio nei frammenti del destino finiti in pezzi dopo l’impatto che ha creato i miei ricordi. Esili e taglienti, hanno ferito questa terra da cui ora sgorgano i fiumi del sangue. Mi bagnano, anelano alla mia presenza, alla mia corporeità, alla mia saggezza. Mi ci sono specchiato ma ho visto un corpo dalle sembianze mutevoli e disumane. Cercando una guida ho smarrito la via. Adesso la contemplazione divora se stessa, e io sono uno spettatore impotente coinvolto in questo ciclo demoniaco.

La genesi dell’universo. Vivo era l’impulso primordiale dell’oscurità. La quiete ancella silenziosa alle porte del caos. L’impulso dell’ordine si plasmò contro le tenebre, generando la luce. La luce diede fuoco alla forza, e le ombre fuggirono nella potenza sensuale del dramma, nascosta negli anfratti segreti dell’essenza delle cose. La trasfigurazione nel mondo fisico e l’eredità della sfera della vita che pulsa nelle vene di Dio. I figli del male proliferano nascosti negli abissi putrescenti dell’immaginazione. I limiti crollano e la carne si espande. La passione diventa ambizione, l’amore passione e dolore, la gioia spasmodico desiderio. Le leggi danzano ai piedi delle statue dei culti pagani, fra gli ori e i rubini scarlatti dei loro occhi, fra la potenza implosa nella pietra.
Le energie comunicano fra loro attraverso suoni inintelligibili. Gli spiriti dei boschi si scambiano effusioni in un movimentato vortice che fonde il tempo e lo scioglie nella luce del sole che si fa spazio fra le foglie. La terra accoglie il suo calore e l’armonia del suo canto. Il fato scorre sulla morte e sulla sregolatezza. Se la misura del tempo è indicata dalle ferite, ormai manca poco…

Un corpo galleggiante in un oceano terso di oscurità, lambito dalle anime in putrefazione che si trascinano contro le correnti e le increspature. Le mie forme pallide incarnano bellezza appassita. Nello scritto è racchiusa l’eternità. La folgorazione di un pazzo, l’ispirazione di un angelo, il sinistro esoterismo in tutto ciò che si muove… la stranezza nel mio respiro, l’inferno fra queste mani, la luce prima dell’alba…

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